 Per sviluppare le infrastrutture portuali e le filiere
energetiche e industriali a monte necessarie alla decarbonizzazione
del trasporto marittimo in Italia sono necessari 36 miliardi di euro
di investimenti al 2050, comprendendo lo sviluppo delle
infrastrutture di stoccaggio e bunkeraggio, delle unità per
il rifornimento ship-to-ship e per l'elettrificazione delle
banchine, oltre alla capacità produttiva nazionale dei fuel
alternativi. Si tratta di investimenti in grado di attivare 105
miliardi di euro di valore della produzione e generare 45 miliardi
di euro di valore aggiunto, pari a 1,24 volte l'investimento
iniziale. Le ricadute interesserebbero l'intero territorio
nazionale, con il Sud e le Isole che intercetterebbero il 51,4% del
valore aggiunto generato dagli investimenti nel bunkeraggio,
valorizzando la posizione degli scali meridionali lungo le
principali direttrici mediterranee. Si tratta di stime contenuta nel
rapporto strategico “Decarbonizzare il mare, rafforzare
l'Italia: trasporto marittimo, vettori energetici e porti, nuova
competitività nel Mediterraneo” realizzato da TEHA
Group in collaborazione con Edison e NextChem in presentazione oggi
nei lavori a porte chiuse della 52ma edizione del Forum di
Cernobbio.
Il rapporto spiega che il trasporto marittimo rappresenta il 14%
delle emissioni dei trasporti nell'UE-27 e il 7% in Italia, ma oltre
il 95% della flotta europea e italiana utilizza ancora combustibili
convenzionali, ed evidenzia che la decarbonizzazione non è
più solo un obbligo ambientale, ma un fattore di
competitività, perché regolazione, costo della CO2,
disponibilità di infrastrutture e volatilità dei fuel
stanno ridefinendo gli economics del settore e l'attrattività
dei porti. In particolare, il rapporto rileva che i porti sono lo
snodo centrale della transizione: in Europa, la decarbonizzazione è
il driver di investimento che ha registrato la maggiore crescita di
rilevanza negli ultimi cinque anni e la capacità di offrire
infrastrutture e fuel alternativi a condizioni competitive sarà
sempre più determinante per attrarre e preservare i traffici.
Lo studio mostra come la transizione energetica del trasporto
marittimo seguirà una traiettoria graduale e multi-fuel.
Nello scenario “Industry driven” elaborato da TEHA,
costruito sulla base degli attuali segnali di evoluzione industriale
e utilizzando gli ordinativi navali come indicatore delle scelte di
investimento degli armatori, i fuel alternativi raggiungono il 65,5%
del mix energetico al 2050, trainati dai biofuel (50,7%), mentre i
combustibili fossili mantengono una quota del 34,5%, con un ruolo
ancora rilevante del gas naturale liquefatto. Questa evoluzione
consentirebbe una riduzione delle emissioni del 54% al 2050 e
richiederebbe appunto 36 miliardi di euro di investimenti in
infrastrutture portuali e filiere energetiche e industriali a monte.
Il rapporto precisa che ai benefici industriali correlati alla
decarbonizzazione del trasporto marittimo si aggiungerebbero quelli
ambientali: in assenza di ulteriori investimenti, il costo sociale
cumulato delle emissioni raggiungerebbe circa 51,7 miliardi di euro
nel periodo 2026-2050, contro i 40 miliardi dello scenario “Industry
driven”. Il mancato adeguamento determinerebbe quindi circa
11,7 miliardi di euro di costi sociali aggiuntivi per il
sistema-Paese.
«Le evidenze di questo studio - ha commentato Fabrizio
Mattana, executive vice president Gas Assets di Edison, in vista
della presentazione del rapporto - confermano la rilevanza della
decarbonizzazione dei trasporti, in particolare di quello marittimo,
e il ruolo dei porti come leva di sviluppo e competitività
per il Paese». «La decarbonizzazione del trasporto
marittimo - ha osservato Giovanni Sale, senior vice president Energy
Transition Strategy di Nextchem - è una delle sfide più
complesse della transizione energetica, perché richiede di
coniugare sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità e
competitività su scala globale. Non esiste una tecnologia
unica in grado di risolvere questa sfida: serve un ecosistema
diversificato di vettori energetici a basse emissioni, in cui il
metanolo si sta affermando come una delle soluzioni più
concrete e scalabili».
«La transizione del trasporto marittimo - ha sottolineato
Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di TEHA - non è
più un'ipotesi, ma un processo già avviato: i fuel
alternativi rappresentano oggi il 51% del tonnellaggio navale
ordinato a livello globale. La lunga vita utile delle navi rende
però questo percorso necessariamente graduale e multi-fuel, e
proprio per questo richiede una visione industriale di lungo
periodo. Per l'Italia si tratta di una sfida di competitività,
ma soprattutto di un'opportunità concreta e misurabile: lo
scenario TEHA indica che 36 miliardi di euro di investimenti al 2050
possono ridurre le emissioni del 54%, attivare 105 miliardi di euro
di valore della produzione e generare 45 miliardi di euro di valore
aggiunto, oltre la metà del quale nel Mezzogiorno. È
il segno che decarbonizzazione e crescita industriale possono
muoversi nella stessa direzione. La vera posta in gioco è
questa: trasformare la decarbonizzazione del mare in una leva di
politica industriale. Non farlo significherebbe rinunciare a circa
80 miliardi di euro di valore aggiunto e, con essi, alla centralità
dell'Italia nel Mediterraneo».
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