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TRASPORTO MARITTIMO
Navi in coda, fuel sprecato: come l'attesa all'ancora può diventare risparmio
Il Global Maritime Forum pubblica i risultati dei test di Cargill su 16 viaggi reali. Rallentare e arrivare quando l'ormeggio è libero riduce consumi ed emissioni
Copenaghen
7 ottobre 2026
A poco più di tre mesi dalla pubblicazione di uno studio
sui vantaggi dalla riduzione della velocità di navigazione e
dall'ottimizzazione degli scali portuali ai fini della
decarbonizzazione del trasporto marittimo
(
del 23
giugno 2026), oggi il Global Maritime Forum ha presentato un
nuovo rapporto che mostra, con dati da operazioni commerciali reali,
quanto si può risparmiare trasformando i tempi di attesa in
mare delle navi in minori consumi ed emissioni. Il nuovo documento
evidenzia che le navi commerciali trascorrono tra il 4% e il 6%
dell'anno operativo ad attendere fuori dai porti, pari a circa 15-22
giorni di inattività, e sottolinea che si tratta di una delle
inefficienze più evidenti del trasporto marittimo: navigare
veloci per poi restare all'ancora, bruciando carburante senza alcun
vantaggio.
Il rapporto propone di invertire la logica e di ovviare a questa
inefficienza con l'ottimizzazione degli scali ai porti: la nave
rallenta e arriva quando il suo ormeggio è pronto. Il viaggio
dura quanto prima, non servono navi aggiuntive e si consuma meno
carburante.
Per verificare se l'idea regge fuori dai modelli
teorici, la statunitense Cargill Ocean Transportation ha condotto
tre studi in operazioni commerciali reali. I risultati sono raccolti
nel rapporto “Turning waiting time into savings: Lessons from
Cargill's port call optimisation pilot”, pubblicato oggi dal
Global Maritime Forum. Il documento funge quindi da banco di prova
concreto rispetto al precedente studio dello stesso forum, che aveva
esaminato il potenziale teorico della combinazione tra riduzione
della velocità e ottimizzazione delle toccate ai porti.
Il rapporto è basato sui dati di 16 viaggi marittimi
incentrati su tre porti, quello brasiliano di Santarém e
quelli australiani di Newcastle e Albany, e su tre meccanismi. Nel
terminal cerealicolo di Cargill nel porto fluviale brasiliano sul
Rio delle Amazzoni è stato sperimentato uno schema interno di
virtual notice of readiness (VNoR): la nave viene considerata
arrivata a fini contrattuali mentre è ancora in navigazione.
Su dieci viaggi in zavorra, con l'adozione della procedura VnoR
l'arrivo è posticipato in media di 18,5 ore (in un intervallo
compreso fra zero e 74 ore). Il risparmio stimato è di circa
222 tonnellate di CO2 complessive, pari al 3% delle emissioni delle
tratte in zavorra, senza alcun disturbo alla programmazione del
terminal. Il dato è però condizionato dal fatto che le
navi, già ottimizzate, viaggiavano vicino al limite minimo di
velocità e nessuna era in grado di navigare in regime
ultra-slow.
Per il porto di Newcastle è stato analizzato un sistema
obbligatorio basato sul principio VNoR, in vigore dal 2010. Su
cinque viaggi, tre hanno prodotto risparmi stimati pari a 107, 97 e
53 tonnellate di CO2 (tra il 6% e l'11% delle emissioni della tratta
in zavorra), mentre due non hanno avuto margini perché
l'ormeggio era già libero all'arrivo. La media è di 51
tonnellate di CO2 per viaggio. Specificando che una caratteristica
distintiva del porto di Newcastle è che le navi non possono
rimanere alla fonda per più di 48 ore prima dell'orario di
arrivo previsto, il rapporto precisa che un contributo importante è
venuto dalla corrente oceanica dell'Australia Orientale: dove la
velocità richiesta sarebbe scesa sotto il carico minimo
continuativo dei motori delle navi, le navi si sono lasciate
trascinare dalla corrente verso il porto, con il supporto di
indicazioni di weather routing per pianificare la rotta in base alle
condizioni meteorologiche.
Relativamente al porto di Albany, il rapporto spiega che al
terminal di CBH Group è usata la piattaforma Blue Visby
Solution. Una rinfusiera Kamsarmax in viaggio da Zhoushan, in Cina,
già lenta a 8,6 nodi, è stata invitata a rallentare a
7,4 nodi ritardando l'arrivo di circa due giorni. Il risparmio è
stato di 10,73 tonnellate di carburante, di circa 33,4 tonnellate di
CO2 e del 9,6% delle emissioni del periodo. I risparmi di bunker
sono stati condivisi tra terminal e armatore, che è stato
anche compensato per gli effetti del ritardo sulle controstallie.
Gli autori del rapporto avvertono che le differenze tra questi
risultati non vanno lette come una classifica dei meccanismi. Il
fattore che pesa di più è la quantità di tempo
d'attesa che si può assorbire: dove l'ormeggio era libero non
c'è stato nulla da risparmiare, mentre i casi più
congestionati hanno dato i risultati migliori. Contano poi le
condizioni locali, come le correnti, e le caratteristiche della
nave. Inoltre, gli autori sottolineano che il campione è
ridotto, e il caso di Albany, basato su un solo viaggio, è
indicativo più che rappresentativo.
Un'altra indicazione riguarda le stime. A Santarém la riduzione di
velocità avrebbe fatto prevedere, con la regola empirica
della potenza proporzionale al cubo della velocità, un
risparmio di circa l'11%; quello ottenuto è stato del 3%. Per
questo il rapporto raccomanda di usare le caratteristiche specifiche
di ogni nave, a partire dalla potenza minima del motore, per non
sovrastimare il potenziale.
Sulla base di dati reali di Kamsarmax capaci di navigare a
bassissimo regime, Cargill ha poi analizzato l'efficienza a velocità
di navigazione ridotte. Il risultato è che i benefici si
riducono sensibilmente oltre la normale navigazione lenta, ben al di
sotto di quanto prevede la regola cubica. Tra le cause: il maggior
ricorso ai generatori ausiliari per alimentare le soffianti
ausiliarie, l'uso della caldaia ausiliaria, il consumo ausiliario
giornaliero costante su viaggi più lunghi, l'accumulo di
depositi nei motori a basso carico e il minor rendimento del motore
principale.
Il rapporto evidenzia che qui emerge il rapporto
di interdipendenza tra le due leve. Senza ottimizzazione degli scali
nei porti, rallentare ulteriormente rischia solo di produrre un
arrivo più tardivo seguito da un'attesa più lunga, o
di richiedere più navi per trasportare lo stesso carico. Con
l'ottimizzazione, il tempo guadagnato viene sottratto all'attesa
all'ancora, riducendo anche i consumi ausiliari. Allo stesso tempo,
l'ottimizzazione può sfruttare solo il margine di
rallentamento che la nave possiede. Nel segmento delle navi
portarinfuse l'ultra-slow steaming resta poco diffuso fino alle
Kamsarmax e Panamax, e richiede clausole nei contratti di noleggio
e, spesso, ricambi aggiuntivi.
Per incentivare il modello combinato basato sia
sull'ottimizzazione degli scali che sulla riduzione della velocità,
il rapporto sottolinea la necessità di rimuovere quattro
ostacoli principali. Il primo è costituito dallo
sbilanciamento dell'incentivo ad adottare il modello, in quanto lo
sforzo ricade sul porto o sul terminal portuale, mentre il risparmio
di carburante va all'armatore. A Newcastle il porto sostiene il
costo dello schema senza ricavarne vantaggi diretti. Secondo il
rapporto, meccanismi di condivisione dei risparmi, come quello della
Blue Visby, risolvono il problema ma richiedono un valore di
riferimento concordato, con rischio di contenziosi.
Il rapporto rileva poi che contratti di compravendita e noleggio
non sono scritti per questo scopo: alcuni prevedono l'arrivo fisico
della nave per presentare la notice of readiness. I contratti che
richiedono esplicitamente l'arrivo fisico della nave per la
presentazione dell'avviso di prontezza dovrebbero pertanto essere
opportunamente modificati.
Relativamente alla capacità di rallentare delle navi, il
rapporto segnala che conviene scegliere navi e viaggi con reali
margini di riduzione della velocità.
Il quarto ostacolo è dato dalla variabilità,
essendo i risparmi dipendenti da tempi di attesa, meteo, correnti e
caratteristiche delle navi. Sotto questo aspetto - rileva il
rapporto - anche il modello conta: a Newcastle le navi possono
rallentare solo nei sette giorni precedenti l'arrivo, il che limita
i risparmi e, in teoria, potrebbe spingere gli operatori ad
accelerare la navigazione all'inizio del viaggio.
Ribadendo che i risultati sono stime su un campione limitato e
non vanno trasformati in obiettivi di riduzione, il rapporto
sottolinea che, tuttavia, dimostrano anche che le barriere al
ricorso a questo modello sono pratiche e non basilari, ed evidenzia
che un risultato per quanto modesto ma ben quantificato è più
utile all'industria di uno teorico.
Il rapporto conclude evidenziando che la riduzione della
velocità è una delle più grandi leve di
decarbonizzazione disponibili per il settore marittimo in questo
decennio e che l'ottimizzazione degli scali nei porti è ciò
che ne rende realizzabili i benefici commerciali.
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