
Chi impedisce la ripresa del traffico navale attraverso lo
Stretto di Hormuz? C'è da chiederselo, anche se sino a poco
fa tutti ritenevano che a bloccare i transiti marittimi nello
Stretto fosse l'Iran quale ritorsione per le incursioni delle forze
militari statunitensi e israeliane sul territorio iraniano iniziate
lo scorso 28 febbraio. La maggioranza degli attacchi contro le navi
verificatisi da allora nell'area di Hormuz sono stati attribuiti
alle forze iraniane, e principalmente al Corpo delle guardie della
rivoluzione islamica, e oltre un mese fa dalla sede del comando
delle forze armate a Teheran era giunto l'annuncio del blocco dello
Stretto. Blocco che venerdì il ministro iraniano degli Affari
esteri aveva dichiarato temporaneamente sospeso dopo l'annuncio
della tregua di dieci giorni fra Israele e Libano
(
del
17
aprile 2026).
Oltre un mese fa il presidente americano Donald Trump aveva
sollecitato la formazione di una coalizione di forze internazionali
per istituire un corridoio sicuro nello Stretto di Hormuz attraverso
cui far transitare le navi commerciali ancora bloccate nella
regione. Nei giorni scorsi Trump aveva affermato che una tregua con
l'Iran sarebbe stata possibile solo se Teheran avesse ripristinato
la completa libertà di navigazione in sicurezza nello Stretto
di Hormuz.
Dopo il successivo annuncio del blocco del traffico marittimo da
e per i porti iraniani diramato dall'US Central Command, dopo
l'attacco delle forze navali americane alla portacontainer iraniana
Touska che ha suscitato le proteste di Teheran
(
del 14
e 20
aprile 2026), e dopo la mancata ripresa delle trattative per una
tregua previste iniziare oggi ad Islamabad, in queste ore Trump ha
affermato categoricamente di essere colui che ha chiuso
completamente lo Stretto di Hormuz, ponendolo sotto il totale
controllo degli Stati Uniti, sottolineando che in assenza di questo
blocco non si arriverebbe mai un accordo con l'Iran. Trump ha
affermato che Teheran dichiara di volere la chiusura dello Stretto
semplicemente per «salvare la faccia» e dice inoltre che
Teheran vorrebbe in realtà la riapertura immediata dello
Stretto di Hormuz, il cui blocco costerebbe all'Iran 500 milioni di
dollari al giorno e starebbe determinando il collasso finanziario
della nazione.
Intanto oggi alla britannica United Kingdom Maritime Trade
Operations (UKMTO) è giunta notifica di un incidente avvenuto
a 15 miglia nautiche a nord-est dell'Oman, con il comandante di una
portacontainer che ha reso noto che la nave è stata
avvicinata da una imbarcazione armata del Corpo delle guardie della
rivoluzione islamica che non ha effettuato alcun tentativo di
contatto via VHF e che ha aperto il fuoco contro la portacontenitori
causando gravi danni al ponte di comando. Il comandante della nave
ha specificato che non si sono verificati incendi né danni
all'ambiente e che l'intero equipaggio risulta illeso.
Essendo quindi incerto chi sta attualmente bloccando lo Stretto
di Hormuz e chi realmente lo vuole riaperto alla navigazione,
l'unica certezza è che l'area non è mai stata come in
queste ore il punto focale della crisi, con Teheran che usa Hormuz
come strumento per indurre gli USA a mitigare le proprie condizioni
per una tregua più o meno duratura, pur consapevole che la
sua chiusura provoca danni all'economia iraniana, e con Washington
che lo usa come strumento per spingere Teheran ad accettare le
proprie condizioni consapevole che l'impiego di ulteriori forze per
proseguire il conflitto richiederebbero ingenti risorse e
rischierebbero di trascinare gli Stati Uniti in una guerra da cui
sarebbe difficile uscire.