
«Meno del 20% del petrolio del Golfo Persico viene
esportato in tempi normali verso l'Europa e la quota dell'Italia è
inferiore al 4%. Ma allora è corretto parlare di crisi
energetica ed esasperare i toni, ma anche i prezzi e le
previsioni?». Se lo chiede Davide Falteri, presidente di
Federlogistica, che esorta a fare chiarezza sui veri perché
della crisi energetica.
Una percentuale, quella indicata da Falteri relativamente alle
importazioni petrolifere dell'Italia dalla regione del Golfo
Persico, che collima con quella presentata all'inizio dello scorso
mese, quindi a soli pochi giorni dall'inizio del conflitto in Iran,
dall'Unione Energie per la Mobilità (UNEM), l'associazione
delle imprese che operano in Italia nel settore della lavorazione,
logistica e distribuzione dei prodotti petroliferi e di altri
prodotti energetici. Riferendosi all'impennata dei prezzi del
gasolio e del jet fuel e specificando che tale rincaro è
legato alla forte pressione sulle forniture provenienti dall'area
del Golfo Persico, UNEM aveva ricordato che «negli ultimi anni
sia l'Italia che molti altri paesi europei hanno aumentato gli
arrivi dalle raffinerie che si affacciano sul Golfo Persico e che
devono necessariamente passare attraverso lo Stretto di Hormuz.
Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Oman stanno infatti
investendo molto su nuove raffinerie che rispondano alle specifiche
qualitative europee, mentre in Europa non si arresta il calo della
capacità produttiva delle raffinerie esistenti. Attualmente -
aveva precisato l'associazione - il 57% del gasolio (3
milioni/tonnellate) e il 20% di jet fuel (500.000 tonnellate)
importati dall'Italia transitano per Hormuz, mentre solo il 6% del
petrolio (3,3 milioni/tonnellate) passa per lo Stretto perché
gran parte del greggio saudita bypassa lo Stretto di Hormuz via
l'oleodotto East West crude oil pipeline. Inoltre, il 42% del
greggio importato in Italia arriva dal continente africano (Libia
primo fornitore con il 24%), il 30% arriva da Azerbaijan e
Kazakhstan e il 13% dagli USA».
Quale che sia attualmente la quota effettiva di importazioni
petrolifere in Italia provenienti dal Golfo Persico, secondo il
presidente di Federlogistica «non siamo di fronte a
un'interruzione immediata delle forniture tale da giustificare
rialzi così rapidi e generalizzati. I grandi operatori
energetici e i sistemi nazionali - ha affermato Falteri - dispongono
di scorte significative, costruite proprio per gestire situazioni di
tensione come quella attuale. Questo significa che il tema non è
la disponibilità immediata del prodotto, ma il modo in cui il
mercato reagisce alle aspettative con prezzi che incorporano non
solo i costi reali, ma anche il rischio geopolitico, le dinamiche
finanziarie e, in alcuni casi, possibili effetti speculativi,
anticipando crisi che oggi non esistono o comunque non si pongono
nei termini in cui sono proposte».
«Strano poi - ha osservato il presidente di Federlogistica
- che questa crisi si inserisca in un momento delicato per la
transizione energetica. Il settore dell'elettrico e delle nuove
tecnologie stava attraversando una fase di rallentamento, e oggi il
rialzo dei carburanti tradizionali rischia di alterare nuovamente
gli equilibri competitivi imponendo come strategica una transizione
che non può essere guidata da shock improvvisi».
Falteri ha sottolineato che la crisi non può diventare un
automatismo per scaricare costi su famiglie e imprese, mentre
sarebbero necessari invece monitoraggio costante, trasparenza lungo
tutta la filiera e, se necessario, interventi mirati per evitare
distorsioni: «in un momento come questo - ha concluso - la
responsabilità della politica e delle istituzioni è
garantire equilibrio: difendere la sicurezza energetica, tutelare il
sistema produttivo e accompagnare la transizione senza creare
ulteriori squilibri sociali ed economici».