 Nominata a settembre da Donald Trump commissario della Federal
Maritime Commission, carica per la quale ha prestato giuramento lo
scorso 6 gennaio, forse perché sinora non è riuscita
sufficientemente ad esprimere pubblicamente gratitudine al
presidente statunitense, ieri Laura DiBella ha elogiato l'emissione
dell'ordine esecutivo presidenziale per “Ripristinare il
dominio marittimo americano” che risale ormai allo scorso aprile
(
del 10
aprile 2025). A dire il vero lo ha fatto in forma “bipartisan”,
con una dichiarazione sottoscritta anche da Max Vekich, commissario
dell'agenzia federale nominato dall'ex presidente Joe Biden nonché
membro del Partito Democratico.
DiBella e Vekich hanno elogiato il governo federale per aver
adottato misure per impedire la “scappatoia” con cui i
porti canadesi e messicani sottrarrebbero merci a quelli
statunitensi. «La questione - hanno precisato - oggi è
urgente dato che in Canada e in Messico sono previsti nuovi progetti
di sviluppo portuale che potrebbero comportare la chiusura di
terminal portuali negli Stati Uniti. L'attuazione della Sezione 6 -
hanno specificato riferendosi all'ordine esecutivo presidenziale -
eliminerebbe il vantaggio artificioso in termini di costi che sta
minando la nostra economia e che contribuisce a giustificare questi
progetti».
La Section 6 dell'ordine esecutivo è incentrata sulla
riscossione della tassa di manutenzione dei porti statunitensi e
prevede che, “al fine di impedire ai vettori delle merci di
eludere la Harbor Maintenance Fee (HMF) sulle merci importate
attraverso la pratica di approdare in Canada o Messico e di inviare
le loro merci negli Stati Uniti attraverso i confini terrestri, e
per garantire la riscossione di altri oneri, ove applicabili, il
segretario per la Sicurezza Nazionale adotterà tutte le
misure necessarie, inclusa la proposta di nuove leggi, come
consentito dalla legge per: richiedere a tutte le merci di origine
estera in arrivo via nave di sbrigare le procedure di sdoganamento
della Customs and Border Protection (CBP) presso un porto di
ingresso degli Stati Uniti per motivi di sicurezza e per la
riscossione di tutti i dazi, le tasse doganali, le imposte, le
tasse, gli interessi e gli altri oneri applicabili; e garantire che
qualsiasi carico di origine estera che arrivi per la prima volta via
nave in Nord America, dopo aver superato le procedure della CBP in
una località interna dal paese di transito terrestre (Canada
o Messico), sia soggetto a dazi doganali, imposte, tasse, diritti
(inclusa l'HMF), interessi e altri oneri applicabili, più una
commissione di servizio del 10% per i costi aggiuntivi a carico
della CBP, a condizione che il carico spedito negli Stati Uniti non
subisca modifiche sostanziali rispetto alle sue condizioni al
momento dell'arrivo nel paese di transito terrestre (con la
discrezionalità che tali decisioni siano assunte dalla CBP)”.
DiBella e Vekich hanno denunciato che «da quasi due
decenni i porti canadesi stanno conquistando quote di mercato a
danno del nostro Paese». Ad avvalorare questa loro tesi, hanno
riportato le risultanze dello “Study of U.S. Inland
Containerized Cargo Moving Through Canadian and Mexican Seaports”
pubblicato nel 2012 dalla FMC che - hanno affermato - «ha
rilevato che, se il vantaggio canadese rispetto alla Harbor
Maintenance Fee, venisse eliminato, sino a metà dei container
diretti negli Stati Uniti che arrivano nei porti della costa
occidentale canadese potrebbero tornare ad utilizzare i porti
statunitensi. La stessa dinamica - hanno specificato - si applica ai
porti messicani avendo anch'essi attratto sempre più merci
che altrimenti transiterebbero per i porti statunitensi».
Lo studio a cui si riferiscono, tuttavia, spiega che sono
numerosi i fattori alla base della scelta di alcuni vettori
marittimi di avvalersi dei servizi dei porti canadesi o messicani
anziché dei porti statunitensi, ovvero un contenimento dei
costi delle spedizioni, la mitigazione dei rischi tramite la
diversificazione dei porti, vantaggi percepiti in termini di tempi
di transito, elusione della tassa di manutenzione dei porti HMF e
differenze nelle tariffe del trasporto ferroviario.
Se lo studio del 2012 della FMC attribuisce a diversi fattori il
dirottamento sui porti canadesi o messicani di una quota di merci
destinate o provenienti dagli USA, lo scorso ottobre l'agenzia
federale canadese Transport Canada ha evidenziato che se di
dirottamento si tratta, questa quota è minima. L'agenzia
canadese ha osservato che la costante crescita dei mercati asiatici
ha offerto numerose opportunità per le imprese nordamericane
e per i porti nordamericani e ha rilevato che se il conseguente
aumento del traffico marittimo containerizzato ha avuto un impatto
su tutti e tre i paesi, la stragrande maggioranza (74%) delle merci
containerizzate acquisite dai porti nordamericani nell'ultimo
decennio è stata acquisita da porti statunitensi e ciò
- ha precisato Transport Canada - non è inaspettato date le
dimensioni del mercato statunitense che è cinque volte
maggiore rispetto a quello di Canada e Messico messi assieme.
«Contrariamente a qualsiasi affermazione secondo cui il
Canada starebbe sperimentando un “dirottamento “di merci
statunitensi verso i suoi porti, il livello delle importazioni di
merci containerizzate statunitensi attraverso i porti canadesi in
percentuale sul traffico portuale totale degli Stati Uniti rimane
marginale, con una media inferiore al 2,5% nell'ultimo decennio. Nel
contempo le importazioni canadesi in transito attraverso i porti
statunitensi rappresentano una quota maggiore del traffico nazionale
canadese, pari ad almeno tre volte la media delle merci statunitensi
che transitano attraverso i porti canadesi. In breve, i porti
statunitensi gestiscono una percentuale sostanzialmente maggiore di
merci containerizzate dirette in Canada rispetto a quelle dirette
negli Stati Uniti».
«Rimane il fatto - ha concluso Transport Canada - che i
porti canadesi e statunitensi sono stati e rimangono attori chiave
in un mercato nordamericano integrato. In varia misura i nostri
porti marittimi gestiscono una parte delle rispettive merci
containerizzate (in entrata e in uscita) e, in quanto tali, offrono
alle aziende nordamericane orientate al commercio e alle compagnie
di navigazione internazionali una serie di opzioni per diversificare
le loro supply chain, ridurre al minimo i rischi, evitare la
congestione e raggiungere il mercato desiderato nel modo più
efficiente ed efficace».
Non sono dello stesso avviso, evidentemente, di due commissari
della Federal Maritime Commission, che si sono detti ansiosi che la
Section 6 venga applicata «per chiudere completamente la
scappatoia ai confini». Secondo DiBella e Vekich, «ciò
arresterà l'emorragia di posti di lavoro marittimi verso il
Canada e il Messico e creerà nuove opportunità di
lavoro per i portuali, i camionisti ed altri operatori statunitensi,
fornendo all'industria marittima statunitense l'impulso
assolutamente necessario».
|