 Il transhipment, l'attività di trasbordo nei porti che
consiste nel trasferire un carico da una nave ad un'altra nel suo
tragitto verso la destinazione finale e che è nata
dall'esigenza delle più grandi compagnie di navigazione di
concentrare grandi quantitativi di container trasportati su poche
principali rotte marittime da navi di grande capacità, per
sfruttare le economie di scala, è ora entrato nel mirino
della Casa Bianca che denuncia l'utilizzo di una forma di trasbordo
che è ritenuta illegale. Se il transhipment quale operazione
puramente logistica è “legittimo”,
l'amministrazione federale guidata da Donald Trump denuncia un uso
illecito di questa pratica consistente in una lavorazione minima o
fittizia delle merci in un porto/paese intermedio della rotta
marittima al fine di cambiare artificialmente il paese di origine
dichiarato, per evadere dazi o non incorrere in restrizioni
commerciali.
Un nuovo rapporto dell'Office of Trade and Manufacturing Policy
della Casa Bianca intitolato “The Great Transshipment Scam”,
che è stato pubblicato nei giorni scorsi, ci va - come si
dice - giù pesante denunciando la presenza di una rete
globale di oltre 40 nazioni che verrebbe usata per aggirare i dazi
americani sulle merci cinesi, che dopo l'introduzione dei dazi
statunitensi vengono lavorate, rietichettate o semplicemente
riesportate attraverso paesi terzi. Secondo l'ufficio della Casa
Bianca, che è stato creato durante il primo mandato alla
presidenza di Trump con il compito di fornire al presidente analisi
e consulenza sulle politiche commerciali e industriali, questa rete
internazionale, ribattezzata “Shadow Transshipment Network”,
verrebbe utilizzata dagli esportatori cinesi per instradare le
proprie merci verso gli Stati Uniti passando per paesi terzi, allo
scopo di eludere i dazi imposti su Pechino.
Per gli estensori del rapporto, «la genesi di questa
truffa risale al 2018, quando il presidente Trump impose i dazi
doganali previsti dalla Sezione 301 per contrastare le pratiche
commerciali sleali della Cina, il trasferimento forzato di
tecnologia, il furto di proprietà intellettuale e il
mercantilismo diretto dallo Stato». Secondo il rapporto,
quella misura avrebbe effettivamente ridotto il deficit commerciale
diretto con la Cina, ma avrebbe anche spinto molti esportatori
cinesi a dirottare le spedizioni attraverso paesi con tariffe più
basse, ricorrendo a pratiche come rietichettatura,
riconfezionamento, false dichiarazioni di origine e minime
lavorazioni di facciata, sufficienti a far apparire le merci come
non cinesi senza costituire una reale trasformazione sostanziale.
Questo fenomeno, che il documento definisce “Great
Reallocation”, avrebbe progressivamente dato vita da un
ecosistema strutturato di hub produttivi, piattaforme logistiche,
zone franche e centri di ri-esportazione sparsi in tutto il mondo.
Il rapporto evidenzia che dopo l'introduzione, nel 2018, dei dazi
statunitensi previsti dalla Section 301, la quota cinese delle
importazioni americane ha iniziato a diminuire, mentre è
cresciuta parallelamente quella di un gruppo di paesi terzi.
Per il rapporto, sarebbero appunto oltre 40 nazioni partecipanti
al Shadow Transshipment Network sulla base di tre livelli: quello
dei “Diversified Scale Leaders” costituito da grandi
partner commerciali della Cina, che pur mantengono basi industriali
diversificate e importanti piattaforme di esportazione dirette negli
USA, tra cui Canada, Unione Europea, India, Israele, Giappone,
Messico, Corea del Sud e Taiwan, dove il transshipment illegale
sarebbe presente nell'ambito di flussi commerciali in gran parte
legittimi. Il secondo livello sarebbe formato da paesi con forte
integrazione economica con la Cina, tra cui Brasile, Indonesia,
Malesia, Thailandia, Turchia e Vietnam, descritti come piattaforme
manifatturiere e logistiche profondamente collegate alle catene di
fornitura cinesi. Nel terzo livello ricadrebbero da “piccoli
obiettivi opportunistici cinesi”, ovvero un gruppo più
ampio di economie minori (tra cui Cambogia, Panama, Costa Rica,
Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kenya, Marocco e Kazakistan) che
offrirebbero vantaggi specifici come manodopera a basso costo, zone
franche permissive, accesso portuale strategico o controlli doganali
meno rigorosi.
Uno degli aspetti centrali del rapporto è il tentativo di
quantificare il fenomeno che, incrociando cinque fonti indipendenti
- due governative (il Council of Economic Advisers e l'Office of
Trade and Economic Analysis del Dipartimento del Commercio) e tre
private (Goldman Sachs, Exiger e Altana), si ritiene sia compreso
tra 40 miliardi (Goldman Sachs) e 303 miliardi (Altana) di dollari
l'anno.
Oltre alle mancate entrate fiscali, il rapporto stima
conseguenze economiche più ampie. Nello scenario centrale di
75 miliardi di dollari di transshipment illegale annuo (stima
Exiger), il rapporto stima la perdita di circa 450.000 posti di
lavoro, una riduzione del prodotto interno lordo annuo compresa tra
113 e 150 miliardi di dollari e perdite di entrate federali
associate comprese tra 19 e 26 miliardi di dollari. Nello scenario
di massima esposizione, basato sulla stima di Altana, le cifre
salirebbero fino a oltre 1,8 milioni di posti di lavoro e oltre 450
miliardi di dollari di Pil perso.
Per arginare questo fenomeno il rapporto propone la creazione di
un “Detective Border”, un sistema di controllo doganale
basato sull'intelligenza artificiale pensato per integrare dati di
spedizione, cronologie di instradamento, classificazioni doganali,
analisi delle relazioni di proprietà societaria e strumenti
di rilevamento delle anomalie, incluso il riconoscimento
computerizzato delle immagini nei container. L'obiettivo dichiarato
è distinguere gli investimenti legittimi e il nearshoring
genuino dal commercio fittizio finalizzato solo a cambiare l'origine
dichiarata delle merci.
Come detto, il rapporto non nasconde che, creando una selva di
dazi differenti per nazione, la stessa amministrazione Trump
potrebbe aver dato impulso ad un'ulteriore diversificazione della
rete mondiale di produzione e approvvigionamento, ed è
evidentemente plausibile affermare che tale sia stato l'effetto.
«Nel 2025 - precisa il documento - l'amministrazione Trump ha
aumentato i dazi rispetto a numerosi paesi, con alcuni di questi che
hanno dovuto affrontare aliquote più elevate rispetto ad
altri. Tali differenziali, di per sé, possono aumentare
l'incentivo al transhipment illegale. Nel contempo - sottolinea il
rapporto - l'amministrazione Trump ha intrapreso misure
significative per prevenire e scoraggiare il transhipment».
Tra queste, il rapporto ricorda che lo scorso giugno il
presidente Trump ha firmato l'Executive Order 14411 con lo scopo di
rafforzare gli obblighi di trasparenza per gli importatori, di
aumentare i requisiti di garanzia finanziaria e che introduce nuovi
obblighi di disclosure sulla proprietà delle società
importatrici, ma riconosce che, tuttavia, «è troppo
presto per determinare l'effetto netto delle politiche tariffarie e
anti-transhipment dell'amministrazione», poiché i dati
commerciali e doganali diventano disponibili solo con un certo
ritardo e diverse disposizioni dell'Executive Order devono ancora
essere pienamente attuate.
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