 Sulla necessità di intervenire per aggiornare le norme
italiane in materia di governance portuale c'è consenso
pressoché unanime, ma le soluzioni proposte dal governo
sollevano più di una perplessità, anzi molte. Nella
due giorni di audizioni informali conclusasi oggi presso la
Commissione Trasporti della Camera dei deputati nell'ambito
dell'esame del disegno di legge C. 2925 di “Riordino della
legge 28 gennaio 1994, n. 84, in materia di governance portuale e
rilancio degli investimenti in infrastrutture strategiche di
trasporto marittimo di interesse generale” la voce più
critica è stata quella di Paolo Costa, già presidente
dell'Autorità Portuale di Venezia e già presidente
della Commissione Trasporti del Parlamento europeo.
Precisando che il disegno di legge muove da una diagnosi
condivisibile nella sua sostanza, Costa ha rilevato che l'Italia non
ha più da tempo un sistema di pianificazione infrastrutturale
e, nel settore portuale, si è verificata una perdita
sistematica di quote di mercato a favore dei grandi porti del Nord
Europa, ma anche di quelli spagnoli e greci. «Il disegno di
legge - ha osservato Costa nella sua memoria presentata alla
Commissione - riconosce entrambi questi problemi. E su questo
riconoscimento costruisce la sua proposta: una società per
azioni - Porti d'Italia S.p.A. - che concentra al vertice le
funzioni strategiche oggi disperse tra sedici autorità.
L'ispirazione è il modello spagnolo: Puertos del Estado. E un
Piano nazionale di interventi infrastrutturali portuali definito per
decreto». L'argomento - ha osservato ancora Costa - ha una sua
logica interna. Se il problema è la frammentazione, la
risposta è la concentrazione. Se manca una visione unitaria,
si crea un soggetto unico. Se le risorse sono disperse, si
centralizza la cassa. È un ragionamento lineare, quasi
meccanico. Ma è sbagliato su quattro piani distinti».
Costa, intanto, ha criticato l'azione del ministro delle
Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che - ha ricordato -
nel 2023, da ministro, ha firmato «l'articolo 39 del Codice
dei Contratti Pubblici che ha soppresso il Piano Generale dei
Trasporti e della Logistica, lo strumento che dal 1986 orientava -
con tutti i suoi limiti - la pianificazione infrastrutturale dei
trasporti nazionali». Inoltre Salvini ha recentemente apposto
una seconda firma, quella sul disegno di legge di riordino portuale
che «introduce all'articolo 5 (che modifica il 4-ter ) un
Piano Nazionale di Investimenti Infrastrutturali Portuali. Una toppa
- ha denunciato Costa - al buco che lui stesso aveva aperto.
Ravvedimento operoso? - si è chiesto - forse. La toppa - ha
specificato però Costa - rivela il problema senza risolverlo.
Il vaso di Pandora che il Ddl spalanca - ammettendo che le
infrastrutture strategiche richiedono pianificazione - non si
richiude con un programma settoriale. Non con un piano portuale
deciso per decreto del presidente del Consiglio dei ministri,
sentita la Conferenza delle Autorità di Sistema Portuale. E
men che meno con uno strumento che esclude strutturalmente la voce
di chi le infrastrutture le usa e le paga: la domanda. Se il
principio è che le infrastrutture strategiche richiedono
pianificazione - e il Ddl, aprendo quel vaso, lo ha implicitamente
ammesso - vale per le ferrovie, le strade, gli aeroporti, i porti.
Vale con ancora maggiore forza per le infrastrutture dalle quali
dipende la produttività del sistema economico nel suo
complesso: reti elettriche, dorsali in fibra, sistemi idrici. Un
piano portuale senza raccordo con la pianificazione ferroviaria è
già tecnicamente insensato: la competitività di un
porto dipende per il 40-60% della sua efficienza complessiva dalla
qualità degli accessi retroportuali. Un piano delle
infrastrutture di trasporto che ignori le reti energetiche e di
telecomunicazione è miope rispetto alle sfide della
transizione che i porti devono affrontare nel prossimo decennio. Il
ravvedimento operoso di Salvini non è una soluzione. È
la prova che il problema è più grande della riforma
portuale».
Per Costa, il primo punto debole della riforma è la sua
ispirazione al modello spagnolo incentrato sull'agenzia governativa
Puertos del Estado. «Funziona - ha affermato - perché i
porti spagnoli formano un sistema geograficamente unitario, si
affacciano tutti sul Mediterraneo occidentale e servono lo stesso
mercato interno». «I porti italiani - ha aggiunto Costa
- non formano un sistema unitario: si articolano su almeno sei
sistemi portuali operanti su due mari distinti - Tirreno e Adriatico
- servendo mercati europei e italiani radicalmente diversi».
Secondo Costa, il secondo errore è che la nuova Spa non
risolve la frammentazione: «il Ddl - ha spiegato - non
sopprime le sedici AdSP. Le mantiene, ma le svuota. Trasferisce a
Porti d'Italia S.p.A. le funzioni strategiche; sottrae alle AdSP una
quota tra il 15 e il 25 per cento del gettito delle tasse di
ancoraggio, delle tasse portuali sulle merci e delle tasse per le
autorizzazioni di cui all'art. 16 L. 84/1994, che confluisce in un
Fondo statale per le infrastrutture strategiche; autorizza il
trasferimento a PdI di una quota di personale non superiore al 25
per cento degli organici - circa 385 dipendenti su 1.540. I canoni
concessori restano integralmente alle AdSP, dopo che la Ragioneria
Generale dello Stato aveva contestato il prelievo previsto nella
versione del Consiglio dei ministri. Ma le Autorità portuali
restano in piedi come strutture di gestione ordinaria, private delle
funzioni strategiche che ne giustificavano l'autonomia. Il risultato
- ha rilevato - non è meno frammentazione: è più
burocrazia».
Per Costa, poi, la nuova Porti d'Italia rende più
complicato l'apporto di capitali privati. Le autorità
portuali - ha ricordato - «erano nate nel 1994 precisamente
per attrarre capitali privati attraverso lo strumento della
concessione di costruzione e gestione ex art. 18 L. 84/1994:
l'Autorità territoriale negozia con il potenziale
terminalista, offre un'area e una concessione di durata adeguata, il
privato si assume il rischio di costruire l'infrastruttura e di
gestirla recuperando i costi dall'operatività del terminal. È
project finance strutturato: lo Stato non spende, il privato investe
perché ha il controllo operativo per una durata sufficiente a
ripagare l'investimento. È la leva principale attraverso cui
la legge 84/1994 aveva attirato capitali privati nelle
infrastrutture portuali. Il Ddl azzera questa leva per le AdSP per
opere strategiche. Se la competenza sulle opere infrastrutturali
strategiche passa a PdI, l'AdSP non può più offrire a
un potenziale nuovo terminalista la costruzione dell'infrastruttura
come condizione della concessione: quella decisione appartiene a PdI
e al MIT».
Per Costa, infine, «il nodo più grave è il
quarto. L'assenza di pianificazione infrastrutturale - ha osservato
- non si risolve con una Spa. Si risolve con un'istituzione
indipendente dotata di metodo, risorse analitiche e legittimazione
istituzionale per definire priorità verificabili e difenderle
nel tempo, indipendentemente dall'alternanza dei governi. L'articolo
5 (modifica del 4-ter ) del Ddl - ha osservato - tenta di colmare
questo vuoto istituendo un Piano nazionale di interventi
infrastrutturali portuali. Ma il Piano è elaborato su
proposta del Ministero delle Infrastrutture, sentiti la Conferenza
delle AdSP e il CIPOM, e l'intesa della Conferenza Unificata. Nessun
criterio tecnico esplicitato per la formazione delle priorità.
Nessuna analisi economica e finanziaria pubblica. Nessun ruolo per
la domanda - i caricatori, la manifattura importatrice ed
esportatrice italiana. Nessun meccanismo
di accountability parlamentare sul metodo di selezione. È la
stessa logica ministeriale discrezionale che ha prodotto il deficit
infrastrutturale italiano, con l'aggiunta di uno schermo societario.
Cambia la forma, non la sostanza. Il capriccio del Principe non
scompare: si nasconde dietro il piano aziendale di una Spa».
Anche il professor Francesco Munari, ordinario di diritto
dell'Unione Europea all'Università di Genova, ha valutato
positivamente l'impianto complessivo della riforma, ma ha sollevato
rilevanti questioni tecniche tra cui quella della necessità
di ampliare la definizione di “opera infrastrutturale
strategica” contenuta nell'articolo 1-bis del Ddl per
includere esplicitamente le infrastrutture energetiche (cold
ironing, GNL, rinnovabili) e quelle digitali (Port Community
Systems, connettività), «tutte infrastrutture - ha
sottolineato - senza le quali i porti italiani non potranno
rispettare la normativa UE sulla riduzione delle emissioni
marittime». Munari ha anche richiamato la necessità di
favorire il partenariato pubblico-privato per alleggerire il
fabbisogno finanziario pubblico per la Porti d'Italia Spa.
Davide Maresca, esperto di diritto portuale, ha invece concentrato la
propria analisi sulle tensioni giuridiche interne al testo.
Osservando che la qualificazione di Porti d'Italia Spa come gestore
di un servizio di interesse economico generale (SIEG) ai sensi
dell'articolo 106 del Trattato UE è nel complesso
apprezzabile, tuttavia - ha spiegato - crea una contraddizione: le
tasse portuali e di ancoraggio che dovrebbero finanziarne l'attività
vengono qualificate dal testo, all'articolo 6, comma 9-ter , come
“non riconducibili ad attività economiche”,
mentre una società concessionaria di un SIEG per definizione
svolge un'attività economica. «Poiché la scelta
del Ddl pare essere marcatamente imprenditoriale - ha rilevato
Maresca - occorre intervenire rafforzando il legame tra opera
realizzata e risorse generate dall'opera stessa (tasse portuali
specifiche o canone di disponibilità) in modo da rispettare i
criteri Altmark e il noto principio “chi usa paga”,
lasciando poi a casi di “fallimento di mercato”,
consentito dall'ordinamento europeo, l'intervento con contributo
pubblico a fondo perduto (secondo le normali procedure di
autorizzazione degli aiuti di stato previste dall'ordinamento
europeo)».
Assai più tranchant rispetto ai precedenti il giudizio di
Luigi Robba, ex segretario generale di Assoporti, secondo cui «il
complesso “impianto” del disegno governativo non
corrisponde alle reali esigenze della portualità». «La
ipotizzata nuova governance, fortemente centralista e non in linea
con il disposto di cui all'articolo 117 della Costituzione - ha
evidenziato Robba - mediante la creazione della Porti d'Italia Spa
toglie funzioni, risorse economiche e personale alle Autorità
di Sistema Portuale, ne mina l'autonomia responsabile e le derubrica
a meri uffici periferici, va ad incidere negativamente anche sui
rispettivi territori e probabilmente sullo svolgimento
dell'operatività portuale».
«La PdI Spa (focus della riforma), alla quale il Ministero
affida taluni suoi compiti - ha proseguito Robba - sarà una
società dotata di ampi e speciali poteri, con controlli
limitati rispetto ad altre società pubbliche; essa avrà
una concessione lunghissima di 99 anni (!); alla stessa non si
applicheranno le disposizioni per le società controllate
volte alla riduzione della spesa pubblica; il che sembra eccessivo
(non esiste uguale in tutto il mondo). Inoltre, qualificare i
compiti svolti in esclusiva dalla PdI Spa come “servizio di
interesse pubblico generale” non risolve, a mio avviso, i
dubbi di compatibilità con l'ordinamento UE. Non si trova
traccia nel Ddl atta a risolvere definitivamente la questione della
tassazione delle entrate AdSP a seguito della sentenza del Tribunale
UE dicembre 2023».
Per Robba, quella presentata dal governo «si tratta di una
visione riformista che stravolge l'architettura della legge 84/94
(sinora non contestata o criticata), rischiando di aggiungere nuovi
passaggi burocratici, inefficienze, possibili contenziosi e nuovi
costi nella pianificazione e nell'amministrazione dei porti».
Tra gli altri interventi, quello di Fermerci, associazione degli
operatori del trasporto ferroviario merci, ha evidenziato che il
testo presentato non disciplina esplicitamente il coordinamento tra
pianificazione portuale e pianificazione ferroviaria. Ricordando
che, nel corso del dibattito istituzionale sulla riforma, Rete
Ferroviaria Italiana assieme ad ANAS è stata indicata come
modello a cui ispirare il nuovo sistema portuale, in ragione
dell'efficienza gestionale riconosciuta a entrambi i gestori,
precisando di condividere tale impostazione Fermerci ha rilevato che
tuttavia il raccordo operativo tra il gestore dell'infrastruttura
ferroviaria RFI e la nuova governance portuale «deve essere
esplicitamente disciplinato dal testo e non lasciato a un
coordinamento solo implicito»
Nel suo intervento Andrea Appetecchia, responsabile
dell'Osservatorio Nazionale sul trasporto merci e la logistica di
ISFORT, si è soffermato sul tema del lavoro portuale,
rilevando che i lavoratori dei porti italiani sono diminuiti di
circa un quarto dal 1984 ad oggi passando da 21.000 a poco più
di 16.000 addetti, mentre i volumi movimentati sono cresciuti. Il
risultato - ha evidenziato - è un sistema che ha “usurato”
i lavoratori rimasti, molti dei quali attendono ancora l'attivazione
del Fondo per il pensionamento anticipato previsto per legge dal
2021 e il riconoscimento del lavoro portuale tra quelli usuranti.
Sottolineando che «per rendere più competitivo e
resiliente il sistema portuale nazionale è opportuno un
maggior coordinamento e omogeneità di intervento non solo per
rafforzare l'intelaiatura infrastrutturale dei porti italiani, ma
anche e forse soprattutto, per migliorare qualità, efficacia
ed efficienza del lavoro portuale» Appetecchia ha evidenziato
la necessità «che la riforma si occupi anche di questo,
altrimenti - ha affermato - si rischia di costruire un'armatura
vuota, priva cioè delle competenze intellettuali,
tecnologiche e operative necessarie per farla funzionare».
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