 L'estensione al settore marittimo dell'EU ETS, il sistema di
scambio di quote di emissioni dell'Unione Europea che dal primo
gennaio 2024 è applicato alle navi mercantili con stazza
lorda superiore a 5.000 tonnellate, sta determinando nel segmento
del traffico containerizzato una perdita di connettività tra
i porti europei e i paesi limitrofi, tendenza che dal settembre 2025
si sta intensificando. Lo evidenzia il secondo rapporto
dell'Observatorio EU-ETS, l'iniziativa promossa dall'ente pubblico
spagnolo Puertos del Estado per monitorare gli effetti
dell'estensione del sistema ETS allo shipping, in particolare sulla
competitività dei porti spagnoli ed europei, individuando
eventuali fenomeni di carbon leakage, ovvero di rilocalizzazione
delle emissioni, che comportano lo spostamento di traffici marittimi
verso porti extra-UE non soggetti agli obblighi ambientali dell'UE.
La pubblicazione del secondo rapporto dell'osservatorio spagnolo
segue di pochi giorni la presentazione da parte della Commissione
Europea della propria proposta di revisione dell'EU ETS
(
del 17
luglio 2026).
Il nuovo rapporto dell'Observatorio, che analizza l'evoluzione
dello scenario dal 2023 a marzo 2026, integra il tracciamento dei
container con quello delle navi per valutare cosa accade al carico
una volta giunto nei porti extra UE, e analizza anche il traffico
ro-ro tra Spagna e Italia. La conclusione principale dell'analisi è
che è in atto un calo della connettività diretta dei
principali porti europei, con una riduzione che nell'Europa
settentrionale è di cinque punti percentuali e che si amplia
a 18 punti percentuali nel Mediterraneo orientale (dal 68% al 50%).
Il rapporto rileva che, per un container in transito
tra Europa e Asia attraverso la rotta marittima che attornia il Capo
di Buona Speranza, l'EU ETS può aggiungere tra 400mila e
500mila euro al costo di un singolo viaggio e sottolinea che tale
cifra, moltiplicata per centinaia di viaggi annui, rappresenta un
enorme incentivo per le compagnie di navigazione che possono essere
indotte a modificare la programmazione degli scali nei porti per
evitare di incorrere negli oneri determinati dall'EU ETS. Il
rapporto stima che, ad esempio, una ultra large container vessel che
giunge direttamente dall'Asia, senza trasbordi via i porti di
Rotterdam o Anversa, nel Regno Unito, i cui porti sono esclusi
dall'ambito di applicazione dell'EU ETS, può arrivare a
risparmiare circa un milione di euro a viaggio, incentivando quindi
le compagnie ha bypassare gli hub portuali dello Spazio Economico
Europeo per servire il mercato del Regno Unito.
In particolare, l'osservatorio individua due modalità principali
con cui gli armatori possono attenuare l'impatto della normativa. La
prima prevede il cambiamento della rotta marittima (route
transformation), con le navi che continuano ad operare come servizio
unico, ma il primo o l'ultimo scalo europeo viene spostato verso un
porto di un paese limitrofo non-UE senza interrompere la continuità
del servizio marittimo. È il caso, ad esempio, di Felixstowe
al posto di Rotterdam come porta d'accesso al Nord Europa. Il
rapporto precisa che questa pratica potrebbe essere scoraggiata
designando porti situati in nazioni terze quali porti di trasbordo
di container limitrofi, tipologia di porti nei quali attualmente il
regolamento di esecuzione della Commissione Europea fa ricadere il
solo porto marocchino di Tanger Med e quello egiziano di Port Said
East.
La seconda modalità consiste nella scissione della rotta
(route splitting), con il servizio transoceanico che viene diviso in
due tronconi distinti e con le grandi navi oceaniche che fanno scalo
solo in un hub portuale situato in un paese limitrofo, da cui il
carico viene poi smistato verso i porti UE tramite navi feeder più
piccole. Il rapporto osserva che questa strategia è
particolarmente insidiosa perché fa uscire l'intero segmento
transoceanico dall'ambito di applicazione non solo dell'EU ETS, ma
dell'intero pacchetto legislativo “Fit for 55”, e non
può essere neutralizzata designando i porti limitrofi come
porti di transhipment limitrofi ai sensi della direttiva europea n.
87 del 2003.
Il rapporto rileva, inoltre, che a complicare il quadro si
aggiunge un terzo fenomeno, quello del possibile trasferimento
modale dal mare alla strada, con il traffico marittimo ro-ro che
rischia di tornare al trasporto su gomma dato che quest'ultimo non è
soggetto ad un onere equivalente.
L'Observatorio sottolinea che si tratta di scenari niente
affatto teorici, ma anzi plausibili per ragioni strutturali del
mercato: la forte competitività sui noli, la mobilità
intrinseca del traffico di transhipment che ha scarso legame con
l'import-export locale e può quindi spostarsi facilmente; la
limitata disponibilità di carburanti a basse emissioni e,
soprattutto, il crescente investimento nei porti dei paesi limitrofi
all'UE che ha aumentato sia la capacità di accogliere le
grandi portacontainer sia lo sviluppo di hub di transhipment fuori
dai confini comunitari.
Per distinguere le dinamiche di mercato considerate “organiche”
da una vera e propria elusione delle norme dell'UE, l'Osservatorio
ha sviluppato una metodologia incentrata su due fasi di
“rilevamento” e “attribuzione”, con la prima
che analizza i grandi flussi di traffico portuale a livello
aggregato ed esamina le metriche strutturali della rete di
trasporto, scendendo anche al dettaglio delle singole rotte e
compagnie di navigazione, e con la seconda con cui cerca di isolare
l'effetto specifico dell'EU ETS da altri fattori che potrebbero
spiegare gli stessi fenomeni: andamento economico, costi operativi,
infrastrutture portuali, congestione, eventi geopolitici. A questo
si affianca un discrete choice model, un modello econometrico per
quantificare il peso relativo di ciascun fattore.
La sintesi del rapporto è netta ed evidenzia che la quota
di mercato dei principali porti-gateway europei sulle rotte a lungo
raggio, misurata moltiplicando la capacità delle navi in teu
per le miglia nautiche percorse, è scesa dal 67% del primo
trimestre 2023 al 57% del primo trimestre 2026. L'erosione riguarda
tutte e tre le macroregioni analizzate - Nord Europa, Mediterraneo
orientale e Mediterraneo occidentale - sebbene con intensità
e meccanismi molto diversi tra loro.
Per l'Observatorio, il trend è ancora più
eloquente se si prendono in considerazione gli investimenti
infrastrutturali, in quanto tra il 2021 e il 2030 sono stati
annunciati investimenti per 14,9 miliardi di euro e per 41,7 milioni
di teu di nuova capacità portuale nell'area Euromed, di cui
ben 9,3 miliardi di euro (il 62% della capacità totale, pari
a 25,7 milioni di teu) sono destinati a porti extra-UE nonostante
questi gestiscano oggi solo circa il 30% del traffico import/export
della regione. Secondo il rapporto, si tratta di un segnale
strutturale, e non ciclico, e una volta che servizi, terminal e
contratti si consolidano attorno agli hub portuali extra-UE, il
fenomeno diventa difficile da invertire.
Il documento si focalizza, in particolare, sul caso del Regno
Unito, considerato il più emblematico, la cui la quota di
trasporto marittimo a lungo raggio tra i porti del Nord Europa,
misurata in migliaia di teu-miglio, è passata dal 17% nel
2022, al 31% nel 2025 e al 36% nel 2026, con un incremento quasi
perfettamente corrispondente alla perdita combinata di Olanda e
Germania. Nello stesso periodo la quota dell'Olanda è scesa
dal 36% al 25%. Il rapporto rileva che ciò che rende il caso
del Regno Unito interessante è che questa crescita non è
accompagnata da un corrispondente aumento del transhipment:
l'attività di trasbordo nei porti britannici è infatti
rimasta stabile attorno al 13-14% del traffico totale. Non si tratta
quindi di un fenomeno di route splitting, ma di route
transformation, con le navi che semplicemente inseriscono o spostano
uno scalo britannico all'interno di rotazioni per il resto
invariate. A tal proposito il rapporto cita l'esempio di un servizio
Asia-Nord Europa che nel 2023 usava il porto di Rotterdam come
gateway sia in entrata sia in uscita e che nel 2025, mantenendo gli
stessi scali, ne ha invertito l'ordine facendo di uno scalo
britannico il porto gateway.
La fase di attribuzione applicata nell'analisi dell'Observatorio
esclude le spiegazioni alternative più ovvie: il prodotto
interno lordo e i volumi commerciali del Regno Unito non sono
cresciuti in modo significativo dal 2022, quindi l'aumento di
connettività non è trainato dalla domanda. Inoltre,
non ci sono evidenze di una riduzione dei costi operativi nei porti
britannici rispetto a concorrenti come Rotterdam o Anversa. Al
contrario, porti come Felixstowe, London Gateway e Southampton
stanno investendo pesantemente in dragaggi e gru, segno che,
paradossalmente, non erano ancora pienamente attrezzati per ricevere
le grandi navi portacontenitori. Il porto di London Gateway, ad
esempio, ha ampliato la propria capacità da 2,4 a 3,5 milioni
di teu annui tra il 2021 e il 2024, con l'obiettivo di arrivare a
5,25 milioni di teu entro il 2029.
Il rapporto si sofferma estesamente anche sullo scenario nel
Mediterraneo orientale, osservando che il fenomeno dell'impatto
dell'EU ETS assume contorni ancora più netti ed è
complicato dalla crisi del Mar Rosso, con gli attacchi degli Houthi
che dalla fine del 2023 hanno costretto molte compagnie di
navigazione a spostare le proprie navi dalla rotta che attraversa il
canale di Suez a quella attorno al Capo di Buona Speranza,
aggiungendo 2-3 settimane di navigazione e stravolgendo l'intero
network dei collegamento tra Asia ed Europa. L'analisi rileva che,
in questo contesto, l'Egitto è diventato il grande vincitore
regionale essendo la sua quota di trasporto marittimo a lungo raggio
nel Mediterraneo orientale salita dal 29% del 2023 al 45% del 2026.
Speculare è il crollo della Grecia, dove il porto del Pireo,
un tempo hub dominante della regione con circa un terzo del traffico
gateway, è sceso da circa il 34% al 13-14%, superato dal
porto egiziano di Port Said.
A differenza del caso britannico, il rapporto evidenzia che nel
caso del Mediterraneo orientale si tratta di una vera scissione di
rotta, visto che i dati di container tracking mostrano che
l'attività di transhipment si è effettivamente
spostata dai porti UE a quelli extra-UE, con gli hub non comunitari
che da marzo 2025 hanno superato quelli europei, poco dopo l'avvio
delle operazioni della nuova alleanza marittima Gemini Cooperation
che vede la collaborazione delle compagnie Maersk Line e
Hapag-Lloyd. Tra il 2023 e il 2025 il rapporto di connettività
diretta verso destinazioni UE è crollato dal 68% al 50%,
un'erosione molto più marcata rispetto ai porti extra-UE (dal
48% al 41%).
Anche per questo ambito regionale il rapporto illustra un
esempio concreto, quello di un servizio di linea che nel 2023
utilizzava il porto del Pireo come primo hub mediterraneo e che,
dopo essere stato trasferito sulla rotta attorno al Capo di Buona
Speranza, ha mantenuto lo scalo greco ma con frequenza ridotta, per
poi attribuire nel 2025 il ruolo di hub al porto egiziano di Port
Said e per collegare il Pireo al servizio originario solo
indirettamente tramite un servizio feeder. Anche qui la fase di
attribuzione esclude spiegazioni alternative: la crescita del Pil
egiziano - osserva il documento - non è sufficiente a
giustificare l'impennata di traffico portuale; non risultano
riduzioni significative dei costi di gestione nei porti egiziani
rispetto al Pireo; il Pireo dispone di capacità libera,
quindi la congestione non è la causa. Resta invece rilevante
il dato sui costi dell'EU ETS: per una singola rotazione di una
ultra large container vessel sulla rotta Singapore-Pireo il costo è
salito da 225mila a 500mila euro con il dirottamento sul Capo di
Buona Speranza (+120%), raddoppiando l'incentivo ad effettuare il
primo scalo in un porto extra-UE. Nel contempo, l'Egitto ha
pianificato investimenti che porteranno la capacità portuale
complessiva da 10,6 a 19,2 milioni di teu all'anno tra il 2023 e il
2026.
L'analisi prende poi in considerazione lo scenario del
Mediterraneo occidentale, dove il quadro risulta più sfumato.
In questo ambito la ripartizione complessiva delle performance di
trasporto, sulla base della capacità di trasporto ponderata
per la distanza, resta relativamente stabile, con i porti UE che
mantengono circa il 60% delle migliaia di teu-miglio sulle rotte a
lungo raggio, un dato ben diverso dal crollo osservato nel
Mediterraneo orientale. Secondo l'Observatorio, tuttavia, il segnale
di erosione si concentra su un segmento specifico, quello del
transhipment puro (relay), cioè il traffico che utilizza un
porto europeo esclusivamente come punto di trasbordo tra due regioni
remote, senza origine né destinazione locale. In quest'ultimo
ambito - sottolinea il rapporto - il quadro è netto: dal 2023
al 2026 il traffico di puro relay nei porti UE del Mediterraneo
occidentale si è dimezzato (-51%), mentre il porto marocchino
di Tanger Med ha tenuto (+5%). Il volume complessivo del bacino è
passato da 1,87 a 1,33 milioni di teu per trimestre, con l'intera
contrazione a carico dei porti UE e con la quota europea del mercato
del relay che è crollata dal 51% al 26%.
Il rapporto porta ad esempio il caso più documentato, quello del servizio
MECL della Maersk che collega la costa orientale degli Stati Uniti
con Medio Oriente e India, storicamente imperniato sul porto di
Algeciras come hub europeo in entrambe le direzioni. La crisi del
Mar Rosso, forzando l'instradamento via Capo di Buona Speranza, ha
raddoppiato l'esposizione del servizio all'EU ETS a 33 milioni di
euro l'anno. Il rapporto osserva che la risposta è stata
rapida e alla fine del 2024 lo scalo verso ovest del servizio è
stato spostato da Algeciras a Tanger Med, dimezzando il costo
dell'ETS. Nel 2025 anche la tratta verso est è diventata
diretta e lo scalo residuo ad Algeciras è stato eliminato. Il
risultato è che un servizio che generava tra 16 e 33 milioni
di euro annui di costi dell'ETS oggi non ha più alcuna
esposizione a questa normativa europea, pur mantenendo inalterate
rotta e frequenza. Anche in questo caso l'attribuzione a fattori
diversi dall'ETS risulta debole: la crescita del Pil marocchino (tra
il 3,7% e il 4,6% annuo nel 2023-2025) è troppo modesta per
giustificare un aumento del 64% dei volumi di Tanger Med, e il
rapporto commercio/Pil del Marocco è rimasto stabile.
In quest'ambito regionale il rapporto dedica uno specifico
capitolo al corridoio ro-ro tra Spagna e Italia, dove - precisa il
documento - il rischio non è la delocalizzazione verso porti
extra-UE, ma il ritorno delle marci al trasporto su gomma. La quota
modale del ro-ro su questo corridoio è passata dal 49,4% nel
2023 a una stima del 44,5% per il 2025, un calo che, secondo
l'analisi statistica del rapporto, supera la soglia di due
deviazioni standard, rendendo improbabile che si tratti di semplice
fluttuazione casuale. Il rapporto segnala che questo fenomeno
potrebbe essere legato proprio all'inclusione del trasporto
marittimo nell'EU ETS, in assenza di una misura equivalente per il
trasporto su strada.
Sulla base dei risultati dell'analisi, l'osservatorio spagnolo
ha proposto due misure per correggere le distorsioni create dall'EU
ETS. La prima prevede l'ampliamento dei criteri per la designazione
dei porti di trasbordo di container limitrofi. Il rapporto ricorda
che attualmente un porto extra-UE può essere escluso
dall'ambito applicativo solo sulla base della propria quota di
transhipment e sottolinea che questo è un parametro difficile
da verificare e che non intercetta porti dotati di infrastrutture
adatte alle grandi navi ma con bassa incidenza di trasbordi. La
proposta dell'Observatorio è di introdurre un doppio criterio
basato sulla capacità di gestire navi della capacità
oltre 10.000 teu e su una “Deep-Sea Ratio” (quota di
migliaia di teu-miglio generata da rotte a lungo raggio) pari o
superiore al 60%. L'osservatorio spiega che, applicato ai dati
attuali, il criterio aggiungerebbe sei porti alla lista esistente -
tre nel Regno Unito (Felixstowe, London Gateway e Southampton), due
in Egitto (Damietta e Abu Qir) ed uno in Israele (Ashdot) -,
portando sotto l'ombrello dell'EU ETS circa 4,4 milioni di
tonnellate di CO2 e 355 milioni di euro di gettito annuo aggiuntivo
nello scenario con Suez chiuso (3,2 milioni di tonnellate/257
milioni di euro con Suez operativo).
La seconda misura consiste in un Carbon Leakage Factor (CLF) per
le rotte a lungo raggio a rischio di scissione, ovvero in un fattore
di riduzione percentuale applicato al volume di emissioni di CO2 per
cui una nave deve restituire quote ETS. Il documento spiega che,
dato che irrigidire i criteri di designazione dei porti come
previsto dalla prima misura rischia paradossalmente di aumentare
l'incentivo a scindere le rotte, la seconda misura propone un
meccanismo di sconto sulle emissioni da restituire, calibrato in
funzione della distanza percorsa da ciascuna nave e applicabile a
livello di singolo viaggio e non di intero servizio, per ragioni
pratiche di verifica. Il fattore di sconto è costruito in
modo che, quando applicato all'insieme delle navi di un dato
servizio, replichi statisticamente lo sconto economico calcolato a
livello di servizio.
L'Observatorio ha spiegato che le due misure sono pensate per
compensarsi a vicenda: nello scenario di canale di Suez riaperto il
gettito perso a causa della seconda misura, calcolato pari a 272
milioni di euro, verrebbe grosso modo bilanciato dal gettito
aggiuntivo generato dalla prima misura (257 milioni di euro).
Secondo l'osservatorio, tale pacchetto di misure consentirebbe di
ridurre sensibilmente il rischio di entrambe le strategie di
elusione, con un impatto pressoché neutro sulle entrate del
sistema EU ETS.
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