
«Riconoscere il lavoro portuale come usurante è una
priorità». Lo ha evidenziato Fit Cisl Liguria in
occasione del convegno organizzato dal sindacato a Genova, a Palazzo
San Giorgio, dal titolo “Porti e lavoro: le sfide del
cambiamento - Attrarre nuove competenze e riconoscere la professione
come usurante”, sottolineando come nel porto di Genova l'età
media dei lavoratori impegnati sulle banchine continui ad aumentare
e una parte consistente degli addetti abbia ormai superato i 50
anni. Un dato - ha rilevato l'organizzazione sindacale - che
evidenzia la necessità di riconoscere la particolare
gravosità di una professione caratterizzata da turni, lavoro
notturno, sforzi fisici e condizioni operative complesse.
«Il lavoro portuale - ha affermato Vincenzo Pagnotta,
segretario nazionale Fit Cisl - non è un lavoro come gli
altri. Si svolge ventiquattro ore su ventiquattro, richiede elevata
professionalità, comporta responsabilità importanti ed
espone a rischi e condizioni di particolare gravosità. Per
questo continuiamo a chiedere con determinazione il riconoscimento
del lavoro portuale come attività usurante: non si tratta di
una rivendicazione corporativa, ma di una questione di giustizia
sociale. Non servono ulteriori rinvii. Il Fondo - ha aggiunto
Pagnotta riferendosi al Fondo di accompagnamento all'esodo per i
lavoratori portuali che tuttavia non è ancora operativo -
rappresenta uno strumento fondamentale per accompagnare con dignità
i lavoratori negli ultimi anni della vita professionale e, allo
stesso tempo, favorire il ricambio generazionale e l'ingresso di
nuove competenze nel settore».
«Nella riforma dei porti all'esame del Parlamento - ha
aggiunto Luca Maestripieri, segretario generale Cisl Liguria - si
affrontano spesso temi molto tecnici: investimenti, flussi, assetti
organizzativi e bilanci. Questioni certamente importanti, ma che da
sole non bastano e non ci appassionano perché non c'è
nulla sul fattore umano. Occorre riportare al centro il lavoro
portuale, affrontando finalmente tutte le questioni di chi quei
bilanci li rende possibili attraverso il proprio lavoro e il proprio
sudore quotidiano».
Anche Mauro Scognamillo, segretario generale Fit Cisl Liguria,
ha sottolineato che «non si può più
procrastinare il riconoscimento del lavoro portuale come attività
usurante. Devono essere introdotti - ha specificato - tutti gli
strumenti previdenziali che possono aiutare i lavoratori dopo una
vita passata in banchina. Contestualmente, denunciamo la necessità
di grandi investimenti in formazione specifica che permetta nei
lavori portuali l'ingresso di nuove professionalità. Dobbiamo
garantire il ricambio generazionale e conservare quel patrimonio di
competenze che ogni giorno rendono il nostro sistema portuale ligure
una grande eccellenza europea e mondiale».
A tal proposito Pagnotta ha osservato che se «digitalizzazione,
automazione e intelligenza artificiale rappresentano una grande
opportunità», tuttavia «il cambiamento deve
essere governato e accompagnato attraverso la partecipazione dei
lavoratori e investimenti strutturali nella formazione. La
tecnologia deve essere al servizio della persona e contribuire a
migliorare sicurezza, qualità del lavoro e competitività».
Relativamente all'evoluzione del lavoro portuale, Andrea
Appetecchia, responsabile dell'Osservatorio Logistica e Trasporto
Merci di Isfort, evidenziando l'importanza di attrarre nuove
professionalità e garantire il necessario ricambio
generazionale, ha ricordato che «i lavoratori portuali in
Italia dal 1984 ad oggi sono passati da 21.000 a poco più di
16.000. Il porto in questi anni - ha precisato - è cambiato,
ma il fabbisogno di lavoro non è diminuito, anzi è
cresciuto. La riduzione della forza lavoro a fronte di una crescita
dell'intensità delle operazioni non ancora agevolata
dall'innovazione tecnologica ha di fatto “usurato” i
lavoratori presenti in porto, che oggi giustamente richiedono di
inserirlo tra quelli usuranti».